Sir Jo

Vi confiderò che, una volta finita l’intervista, ho avuto bisogno di un bel po’ di minuti di silenzio, per riflettere. Sergio, commerciante di 72 anni che scherzosamente si fa chiamare Sir Jo, come un nobile inglese, cerca di aprirsi con me e mi racconta un po’ della sua vita, anche se solitamente preferisce parlare di cose meno serie.
Difficile individuare un colore: gliene piacciono molti. Ma forse… il rosso, sì. Per passioni antiche, sceglie il rosso. Ma, stavolta, il rosso si tinge di una sfumatura ben diversa da quelle già sentite.
«Rosso, sì… Il rosso è passione, ma identifica anche il sangue. E, talvolta, ci si trova a versarlo, il sangue… Perché sa, loro ti mettono un fucile in mano e ti chiedono di uccidere un estraneo. Eh, ma poi, alla fine, tu sei in grado di farlo? Lei non crede che ci si dovrebbe fare questa domanda, prima di dare un ordine del genere? E invece niente. Nessuno si pone il problema: ordinano e basta».

Si ferma a guardarsi le mani. Io non oso interrompere quel silenzio. Prosegue.
«Ti trovi di fronte a una persona che ha un passato e avrebbe anche un futuro, se qualcuno non ti stesse ordinando di sparargli. Ma io non voglio sparargli… Questa è libertà? No: questo è il bagaglio culturale che ci viene imposto e che va accettato».
«Era un militare?», trovo finalmente il coraggio di chiedergli.
«Sì, ho fatto il militare… Ma non ero bravo», commenta sorridendo. «Per forza: non volevo uccidere! Perché sono un benpensante io… Do per scontato che chiunque abbia davanti sia una brava persona. Capirei se fosse una persona abietta, una persona schifosa! Allora ci sarebbero, magari, i presupposti. Ma così… senza nemmeno sapere chi sia… Non potrei farlo. E credo che in questo mondo sia fondamentale essere coerenti, essere credibili. È la credibilità che ci permette di costruire un contesto armonico, in cui far crescere i rapporti umani, no? Solo un approfittatore, per usare un eufemismo, potrebbe essere in grado di uccidere. E io non sono un approfittatore».
Gli chiedo se abbia dunque rinunciato, poi, alla carriera militare. La risposta mi stupisce.
«No, ho continuato a fare il militare! Ho anche fatto un corso di cinque mesi per diventare guastatore… Sa, quelle truppe che si infiltrano nelle linee avversarie… un informatore, insomma».
«Ah. E andò bene?».
«Direi di no: venni squalificato!», mi risponde ridendo. «Meglio! Lasciai perdere tutto e mi misi a fare il commerciante».
«E poté finalmente iniziare a realizzare i suoi sogni?».
«Direi di sì. Il mio sogno era sostanzialmente quello di avere un buon rapporto con il prossimo e la mia famiglia. Ma non è una cosa così semplice come sembra. Quando nasci nel ’42 e sei costretto a passare la tua infanzia in una periferia di Milano che odora di guerra, nulla è semplice. La città veniva bombardata, vivevamo situazioni estreme. E, anche quando crebbi, la gente era incattivita, eravamo sempre tutti pigiati per strada: la gente si picchiava. Qualcuno recuperava persino qualche residuato bellico dai prati… qualcun altro aveva ancora la rivoltella appresso. Era un miracolo rimanere ancorato ai propri principi. E anche dopo, sa, non si parlava più di guerra, ma c’era un male altrettanto insidioso chiamato arroganza, volgarità, compiacimento nel dominare gli altri. I carogna si sono diffusi e hanno diffuso il male. Ma bisogna sapersi difendere, senza prevalere a tutti i costi. Non bisogna aggredire né sottomettere gli altri, ma neppure lasciarsi sottomettere. E bisogna guardarsi dagli imbroglioni… Anch’io in passato lo ero, sa? Oh sì. Ma era quasi lecito, logico, all’epoca. Poi a quarant’anni mi guardai allo specchio e mi resi conto di non essere felice di me stesso. Così decisi di essere corretto. Con lo Stato e con me stesso. Insomma, nella mia vita sono riuscito a crescere bene e a educare bene i miei ragazzi che hanno a loro volta educato bene i propri figli. Meglio di così! Questo è il mio sogno realizzato».
«E adesso? Ha ancora sogni da realizzare?».
«Beh, gli anni passano… vorrei viverli in salute, per godermi anche i miei nipotini. E poi ho un altro sogno. Riguarda le donne: vorrei che venissero trattate per il valore che hanno, non come merce, così come alcuni politici stessi ci hanno insegnato. E, anche riguardo ai politici, il potere dovrebbe essere in mano alle persone elette: questa sarebbe vera democrazia! Adesso ci troviamo invece in un totalitarismo. Solo le donne, che sono forti, concrete, intelligenti, possono attuare un cambiamento. Gli uomini…», continua scuotendo la testa. «Gli uomini sono troppo stupidi».

Purtroppo non mi permette di fargli una foto, ma lui ha rispettato me, io rispetto lui.
Che altro aggiungere… Grazie Sergio, anzi, Sir Jo, per questa lezione di vita.
Vissuta davvero.

Sergio ha toccato voi quanto ha toccato me, lettori?
Vi ha trasmesso qualcosa che desiderate condividere?

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